Il segno

Il segno; ponte fra l'essere che dà forma ed i mille occhi che ne succhiano l'illusione.
Di lui ci dirà il saggio, lo studioso, il poeta.
Segno segnato dalla luce, chè questo, qui ci interessa.
Traccia, materia tangibile.
Ci incuriosisce sperimentare.

Storia della stampa al carbone

Joseph W. Swan brevettò questa tecnica di stampa fotografica nel 1864. Essenzialmente il procedimento prevedeva un supporto su cui era steso un sottile strato di gelatina pigmentata, chiamato papier-tissue; in genere veniva utilizzato carbone macinato, da cui il nome del procedimento. All'occorrenza il colloide veniva reso sensibile agli ultravioletti in un bagno di potassio bicromato, fatto asciugare ed esposto al sole sotto un negativo. Dopo una posa di pochi minuti la carta al carbone si accoppiava sott'acqua con un'altro foglio chiamato trasporto, il supporto finale dell'immagine. Il sandwich risultante veniva posto sotto pressa per circa mezzora, quindi si procedeva alla parte più affascinante del procedimento, lo spoglio. I due fogli, immersi in acqua tiepida si separavano, ma tutta la materia pigmentata a questo punto si era trasferita sul supporto definitivo: con leggeri movimenti dell'acqua, in una decina di minuti, veniva allontanata la gelatina non esposta, rimasta solubile, lasciando un'immagine di grande finezza. Dopo un passaggio in acqua fredda la stampa veniva posta ad asciugare. Nei decenni successivi e per buona parte del secolo scorso questa tecnica venne considerata il top della stampa fotografica, l'aristocrazia fra tutte le tecniche fotografiche per la stabilità e la delicatezza della scala tonale, poi negli anni 50 i fornitori di carta al carbone scomparvero ed a tuttoggi chi voglia praticare questa tecnica è costretto a preparare autonomamente i materiali occorrenti.
La scelta del colore è incredibilmente vasta, tanto da poter consentire l'inversione tonale: qui un pigmento bianco su baritata precedentemente annerita. L'accumulo di materia ha reso in modo eccellente la struttura della conchiglia. La stampa al carbone consente una ricchissima scala tonale, giocata sulla densità del colore, la sensibilità imposta e le caratteristiche del negativo. Si noti la ricchezza dell'immagine anche nei valori prossimi al bianco. Bicromia realizzata stampando un positivo per i bianchi ed un negativo per i neri su Annigoni Magnani Questo procedimento consente di stampare su moltii materiali, carta, metacrilati, alluminio, legno. Qui un'ombra su gesso di bologna steso su Annigoni

Perchè la stampa al carbone

Fra le tecniche antiche il carbone è il procedimento dotato di maggiore stabilità, la scala tonale più lunga e dettagli incredibilmene fini. Per chi conosce la stampa alla gomma bicromata, possiamo dire che ne rappresenta l'evoluzione, e questo è vero anche storicamente. L'immagine è costituita da accumuli di materia pigmentata, in pratica colore sciolto in gelatina animale, che giace "sulla" superficie del supporto e non al suo interno. I depositi sono proporzionali alla densità di colore, dunque le ombre sono più alte dei valori medi e via via divengono più sottili fino a scomparire in corrispondenza del valore "bianco"; questo determina una grande potenza, un impatto visivo robusto e la forma diviene tangibile. La tavolozza è legata al pigmento utilizzato, tanto da poter scegliere il punto di nero o stampare bicromie o quadricromie di selezione. Il supporto per antonomasia è la carta, di forte grammatura, ma conservano tutto il loro fascino anche le stampe su altri materiali come il gesso di Bologna, il plexiglas, l'alluminio. Richiede manualità, attenzione, calma e una buona dose di pazienza... Un valore aggiunto.
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